Non tornerà. È così assurdo che quasi non posso pensarci. Ma non tornerà, lo so. L’ho capito dal suo tono quando si è voltato e ha sibilato: “Questo è un altro ricatto. E io non ci sto più!”.
Era la sua ultima parola. Ha preso la porta e non mi è rimasto che gridargli dietro: “E allora vattene!”.
Spero che abbia sentito.
***
No, non sarà come le altre volte, quando tornava nel giro di un’ora con l’orgoglio bastonato e la voce pentita. Che soddisfazione sentirlo chiedere scusa (anche se lui giurava di non capire cosa avrebbe dovuto rimproverarsi)! I maschi passano la vita a inventare alibi e bugie, ma il guaio è che si autoconvincono e finiscono per crederci anche loro (e siccome le inventano male, fanno un sacco di figure meschine).
Marco, che tipo! Un bambino viziato. Prima di perdonarlo (e l’ho perdonato troppe volte) mi toccava costringerlo ad affrontare la realtà, e farlo ragionare, e fargli capire quanto era puerile a non ammettere di avere torto.
Quasi come Salvatore, quel presuntuoso del mio ex marito, che non si dava neanche la pena di argomentare le sue pretese (o i suoi rifiuti). Io perdevo la voce a dimostrargli dove e perché sbagliava. Lui per un po’ faceva finta di non sentire, poi urlava: “Caterina, non rompermi i coglioni!”.
Per forza l’ho lasciato. Per forza gli ho fatto causa. I maschi più stupidi (che sono poi tutti quanti) vanno trattati come i cuccioli: se fanno pipì in casa bisogna picchiarli sul muso con un giornale arrotolato.
E Mariano, anche lui! Un mammone con le fette di salame sugli occhi, capace di negare l’evidenza. Pretendeva di farmi credere che sua madre cucinasse solo verdure dell’orto appena colte dalle sue mani sante, quando l’avevo vista io aprire il congelatore e tirar fuori i piselli Findus. Be’, non voleva crederci! Secondo lui, ero io che prendevo la luna per il sole. E a dargli man forte ci si metteva anche quel suo amico che, vai a sapere perché, lo chiamava Petruccio. E giù a ridere. Sai che spiritosi.
***
La verità è che sono bambinoni, convinti di avere ragione per diritto cromosomico. Ma sono anche perfidi, come Marco quando è venuto qui, a casa mia, la prima volta. Conosceva benissimo le mie idee (e sapeva di essere in difetto perché, poche storie, chi non è con me è contro di me, ed è inutile girare la frittata). Insomma, è entrato, ha guardato di qua e di là, poi è andato allo scaffale. Ha visto le opere di Lenin, ha letto i titoli sulle coste e si è voltato con un sorriso da schiaffi, come se avesse indovinato che non sono mai riuscita a leggerne una fino in fondo.
“Manca la più significativa” ha detto.
Io, cretina:
“Come? Quale?”
E lui, trionfante:
“Estremismo, malattia infantile del comunismo.”
Ha dovuto chiedermi scusa tre volte, formalmente, come era più che giusto. Ma sulle prime tentava ancora di giustificarsi, cercava di farmi credere che la sua fosse soltanto una bonaria canzonatura. E di che? Del mio estremismo! Figuriamoci, estremista io?
Ma lui niente. Un po’ cercava di sorridere, un po’ faceva il risentito.
“Ma come sei suscettibile!”
Suscettibile io?
***
Abbiamo convissuto solo due mesi, Marco e io. Con Mariano era durato di più: quasi un anno. Con mio marito tre anni.
Sarà perché gli uomini li ho conosciuti a poco a poco. All’inizio non credevo che fossero così meschini. Li vedevo alti come torri. Li immaginavo fatti di luce e di forza. Pensavo che, se ogni tanto diventano cattivi, è perché sono stupidi (questo l’avevo capito subito). Insomma, di lontano mi sembravano l’immagine della sicurezza. Da vicino li ho visti come sono: scimmioni prepotenti e senza cervello.
Adesso non ricordo nemmeno come è cominciata l’ultima lite con Marco. So che erano due settimane che gli tenevo il muso e rifiutavo di fare l’amore. Ma il motivo non importa. Era una questione di principio: dovevo fargli capire che non mi lascio mettere i piedi in testa.
E lui, con una faccia di bronzo che mi fa ancora rabbia a pensarci, si è permesso di dirmi che mentivo sapendo di mentire. Secondo lui, ero io che cercavo di infilarlo in una camicia di forza. Ha detto che sono possessiva.
Possessiva io?
E ha anche alzato la voce. Maleducato.
***
Io ero a letto. Lui era già vestito e aveva la faccia pallida come quando soffre per l’ulcera e sembrava che ogni parola gli costasse un litro di sangue. Commediante.
Gli ho spiegato chiaramente che, se non chiedeva scusa, nel mio letto non ci sarebbe entrato mai più. Cortese ma secca. Lui ha sputato quella idiozia del ricatto e ha preso la porta. Come se avessi bisogno di ricattarlo, io!
E adesso chissà dov’è, a leccare le ferite del suo orgoglio. Farà la vittima anche con se stesso. Dirà che sono io l’irragionevole. E non tornerà.
Come mio marito, che sei anni fa si è risposato. Con la segretaria. Hanno due figli e probabilmente è solo per loro che lei continua a sopportarlo.
Come Mariano, che è andato a vivere a Roma, si è sposato, ha fatto un figlio con un’altra e ha piantato la moglie. Adesso convive con quella gattamorta che l’ha messo in riga e lo fa marciare come un soldatino.
No, Marco non tornerà. Ci penso continuamente. Ma ho ragione io, lo so.
Ecco, adesso ricordo perché abbiamo litigato. Toccava a lui lavare i piatti e faceva apposta ad asciugarli senza risciacquare. Gliel’ho fatto notare, educatamente, ma con fermezza, e lui, come al solito, ha cercato di farmi passare per scema. Ma non gliel’ho data vinta, eh no.
Quando ha capito che non l’avrebbe spuntata è sbottato a dire che lo tormentavo di proposito, che l’avevo scelto come capro espiatorio dei miei fallimenti. È stato semplicemente disgustoso. Si è messo a gridare: “Cosa vuoi da me, che ti ami o che ti dia ragione?”.
Aveva le lacrime agli occhi. Per la rabbia, credo.
Naturalmente non meritava una risposta e non l’ha avuta. Sono andata a letto e ho chiuso la porta a chiave.
Ha dormito sul divano.
Ha aspettato la mattina, quando mi ha visto andare e venire dal bagno. Sa che mi piace lavare i denti e poi tornare a letto per fumare una sigaretta. Si è affacciato sulla porta con l’espressione falsa di chi propone “non parliamone più” e intanto pensa “te la farò pagare”.
Sì, hai trovato quella giusta!
Ma a cosa serve rivangare? Non imparerà mai. Magari è convinto di essere stato lui a lasciarmi. Presuntuoso e cretino. Sono io che l’ho scacciato!