Merlin Cocai

Il blog di Riccardo Ferrazzi
venerdì, 06 novembre 2009

Cinque avventurieri italiani (3)

Tredici anni prima della nascita di Napoleone, Casanova evade dai Piombi senza un piano preciso e senza idee per il suo futuro. Non ne avrà mai. Arriva a Parigi il 5 gennaio 1757 e, uno dopo l’altro, mette a segno due colpi da maestro: si inserisce nella gestione del lotto e circuisce la duchessa d’Urfé.
    Con il malloppo depositato in banca e sfruttando la rete delle fratellanze massoniche, gira l’Europa facendosi mantenere dai suoi ospiti, piazzando piccole truffe, combattendo duelli, barando al gioco, passando da un’amante all’altra, buttando al vento i suoi quattrini. Sempre all’avventura, sempre alla giornata, senza un obbiettivo concreto. È il suo periodo di trionfo e tutto sembra andargli a gonfie vele: cavalca l’onda della fortuna.
    Più tardi, nello stesso periodo in cui Casanova si abbassa a fare l’informatore pur di rientrare a Venezia, Giuseppe Balsamo diventa il conte di Cagliostro. Anche lui ha trovato la sua miniera d’oro nella massoneria, nei riti esoterici, nella magia, e inizia a comportarsi come un guru indiano. Si fa un nome nei paesi baltici dove, preceduto da un battage pubblicitario senza precedenti, passa di città in città sull’onda dei successi. Lascia il paese prima di essere smascherato e arriva in Francia con la fama di mago, guaritore e benefattore dell’umanità, nonché nababbo capace di trasmutare i metalli vili in oro. A Strasburgo, per puro caso, incontra il colpo grosso: conquista la città guarendo gratis gli ipocondriaci e gli affetti da malattie psicosomatiche, entra nelle grazie del duca di Rohan e per un paio d’anni tocca il cielo con un dito.
    Cagliostro non diventa santone, gran maestro di una massoneria, eminenza grigia di un gran signore, programmando e mettendo in esecuzione un piano preciso; al contrario, ha tentato mille strade, è passato attraverso tutte le vergogne, prima che il caso gli facesse incontrare la persona giusta al momento giusto. Si può ammirare il suo mantenersi mentalmente disponibile a qualunque avventura, ma non si può certo accreditarlo di un programma (se non quello di far quattrini in qualunque modo).
    La fortuna continua ad assisterlo finché il famoso “affare della collana” rovina il suo protettore. In quella circostanza Cagliostro si disimpegna con abilità e riesce a salvare gran parte del suo credito ma, con la stessa immotivata rapidità con cui l’aveva abbracciato, la fortuna lo abbandona. Le sue scelte perdono lucidità. Il conte di Cagliostro ridiventa Giuseppe Balsamo e si avvia lungo la china che lo porterà a morire in galera.
    Una traiettoria simile, anche se con un esito meno tragico, è quella di Giulio Alberoni, piccolo e sconosciuto abate che soffoca nella provincialissima curia vescovile di Parma. Il passaggio del Vendôme, capitano di ventura con una armata mercenaria al seguito, è un avvenimento e il vescovo, accompagnato da Alberoni, suo segretario, corre a riverirlo. Ma il generale ha la villania di ricevere il vescovo stando seduto sul vaso da notte; il vescovo si offende e se ne va; lo spregiudicato Alberoni vede la possibilità di spiccare il volo e la coglie immediatamente.
    Spiccare il volo verso dove? Alberoni non lo sa e nemmeno gli importa. Vuole volare, e basta. Con i suoi “lazzi turpi e matti” (ma anche facendosi notare per qualche idea non banale) molla il vescovo, si lega al Vendôme, va con lui a Madrid e viene presentato a corte. In quell’ambiente di mummie imbalsamate Alberoni seduce la regina, diventa primo ministro di un impero in decadenza, ma ancora intercontinentale; piazza un fortunato colpo diplomatico e regala alla Spagna l’ultimo sussulto della sua potenza. Ma il vento gira quasi subito: solo grazie al Papa Alberoni riesce a cavarsela a buon mercato.
    Sorte ben diversa da quella di Cristoforo Colombo, che viaggia per diversi armatori prima di concepire l’idea della traversata oceanica. Ci si incaponisce, ma non riesce a persuadere i portoghesi. Prova con gli spagnoli, ma deve aspettare anni e anni, raccontare bugie, mettere di mezzo ogni genere di intermediari. Si riduce in miseria. Presenta calcoli sballati ai dottori di Salamanca che lo mandano a quel paese (e non avevano tutti i torti: chi lo sapeva che a occidente fra la Spagna e la Cina c’era l’America? Non lo sapeva neanche quello sconosciuto apolide capitato lì da chissà dove).
    Nessuno si danna l’anima più di Colombo per inseguire una fortuna che gli si nega ostinatamente. Solo per un breve periodo la dea bendata gli sorride. Granada avrebbe potuto resistere ancora vent’anni, ma le lotte interne costringono i mori ad arrendersi e l’avventura dell’oceano può partire. Eppure la buona sorte che favorisce Colombo dura pochissimo e gli dà quasi solo la gloria postuma. Forse il Grande Ammiraglio trova un po’ di felicità solo in mare aperto. Lui, che ha regalato un nuovo mondo a un re che non è neanche il suo, finisce la vita bussando a una porta che non si apre. 
    E come loro, fra il Cinquecento e il Settecento, migliaia di italiani assetati di avventura, inclini all’intrigo e al doppio gioco, cercarono il successo. Ognuno aveva le sue capacità, i suoi sogni, il suo immaginario. Ma la molla che spingeva tutti quanti era la voglia di sfuggire a una vita anonima e qualunque. Per riuscirci ci voleva fortuna. Per trovarla bisognava andarla a cercare. Questi cinque ne trovarono parecchia, almeno per un po’. Gli altri vivacchiarono di truffe, prostituzione, rapina. La maggior parte finì male, come era logico che finisse. Il più favorito dalla sorte fu Napoleone, ma ne restò prigioniero e fu costretto a giocarsi tutto, fino all’ultima goccia.
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martedì, 03 novembre 2009

Cinque avventurieri italiani (II)

Riconosco che la tesi è scandalosa. Che c’entra la fortuna con il mito di personaggi che sono diventati veri e propri archetipi umani? Questi uomini sono i migliori esempi di “trionfo della volontà”! Nessuno più di loro ha costruito il successo con le proprie mani, sormontato difficoltà, sopportato la malasorte, piegato la realtà ai suoi progetti. Chi non ricorda a quante porte ha bussato Cristoforo Colombo? O quante battaglie ha combattuto Napoleone? E Alberoni, pur di uscire da una curia di provincia, non è arrivato a baciare il culo (e non per metafora) del generale Vendôme?
   Eppure, questo modo di vedere le cose non è viziato dal fatto che ormai sappiamo come andò a finire? Proviamo a metterci nei panni dei nostri eroi, non quando hanno toccato l’apice del successo, ma quando erano dei perfetti sconosciuti.
    Giuseppe Balsamo, scugnizzo palermitano cacciato da scuole e collegi, è ridotto a vivere di truffe e forse anche a prostituirsi nei porti levantini. Quando rientra in Italia si dà alla nobile professione di falsario e sfruttatore di donne. Per anni vive alla giornata, senza progetti, senza speranze. Trascina la sua esistenza cercando fessi da buggerare per mettere insieme il pranzo con la cena. L’unica cosa che ha in mente è placare la fame, ma spesso non ci riesce e deve saltare i pasti. Un giorno incontra Casanova, ben vestito, ben pasciuto e pieno di quattrini: tenta di rifilargli un documento contraffatto e di mandarlo a letto con sua moglie. È lontano mille miglia dall’immaginarsi conte di Cagliostro e Gran Cofto della massoneria di rito egiziano.
    Dal canto suo, il sottotenente Napoleone Buonaparte (non ancora Bonaparte) non è messo meglio. Discendente da una famiglia di origine veneto-emiliana-toscana, figlio di un avvocato squattrinato, proveniente da un’isola diventata francese da pochi anni e già ribellatasi un paio di volte, iscritto alla scuola di guerra grazie all’elemosina di un re al quale sta per essere tagliata la testa. Tutto sembra andare a rovescio. Altro che mirabolanti futuri! C’è da fare salti mortali per salvare la pelle. La rivoluzione è un’opportunità, ma è anche un rischio mortale: da che parte schierarsi? A Parigi il sottotenente Buonaparte non ha santi in paradiso.  
    Prova a ripartire da Ajaccio e gioca le carte più estremiste. Si butta in braccio alla montagne, a Robespierre. Il gioco sembra funzionare e Napoleone ottiene la sua prima opportunità all’assedio di Tolone. Ma il 9 termidoro Ropespierre è detronizzato e chi si era legato al suo carro oltre alla carriera rischia anche la testa. Buonaparte è un vaso di coccio tra vasi di ferro, e lo sa. È pieno di dubbi, timori, desiderio di tenere il piede in troppe scarpe. Quali sono i suoi piani fino questo momento? Nessuno. Il suo unico scopo, quando Robespierre viene giustiziato, è salvare la pelle.
    Forse, in un momento così drammatico, non riesce neanche a dare il giusto peso a una circostanza: i generali monarchici (cioè quasi tutti!) sono scappati all’estero oppure intrigano e si fanno cogliere sul fatto. Al comando delle armate francesi ci sono generali di nomina politica, che non hanno frequentato la scuola di guerra. Alcuni sono ottimi tattici, nessuno è uno stratega. Questo è il primo colpo di fortuna di Napoleone.  
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sabato, 31 ottobre 2009

Cinque avventurieri italiani (1)

Basterà leggere una ventina di libri per affacciare una tesi storica? No. È probabile che venti non siano sufficienti. Ma allora quanti? Duecento? Duemila?
    Se la tesi fosse azzeccata ne basterebbero due, o anche nessuno. Ma per dire che una tesi sta in piedi ci vogliono prove, e il più delle volte le prove stavano nella testa dei protagonisti, che si sono guardati bene dal metterle per iscritto. O quando hanno scritto qualcosa, hanno mentito deliberatamente. Oppure ci hanno pensato i posteri a far sparire tutto ciò che contrastava con l’immagine imbalsamata nel mito.
    L’oggetto della mia tesi sono alcuni uomini che col trascorrere del tempo sono stati trasformati in monumenti, esempi, simboli integralmente e perennemente uguali a se stessi, dalla culla alla bara. Il mito ci ha consegnato un Napoleone genio della guerra; un Casanova amante irresistibile; un Cagliostro intrigante di successo; un cardinale Alberoni totalmente privo di scrupoli; un Cristoforo Colombo nuovo Ulisse che non ha paura dell’ignoto.
    Ma è proprio così? Colombo non ha mai avuto paura, Casanova ha sempre trionfato nei cuori e nelle camere da letto, Napoleone non si è mai perso d’animo? Io non ci credo. E non ci credono neanche i biografi che riportano la realtà dei fatti, anche se poi si sforzano di minimizzare ciò che va a detrimento dell’immagine consolidata. Ma soprattutto i primi a non credere al mito sono i nostri eroi. Basta leggere le loro autobiografie come se fossero romanzi, e cioè fingendo di non sapere come va a finire. Basta ricordare a ogni pagina che solo guardandola a posteriori la Storia lascia intravedere una linea di sviluppo, e constatare (o leggere tra le righe) che a quello sviluppo il protagonista quasi mai aveva pensato.
    La mia tesi è che Napoleone, Casanova, Cagliostro, Alberoni e Colombo avevano la stessa mentalità; che questa mentalità era tipica dell’avventuriero italiano; che era identica a quella di mille altri avventurieri pieni di genio, intuito, audacia, che si gettarono nel mondo con l’unico obbiettivo di agguantare un po’ di successo personale, e stop.
    Io sostengo che nel perseguire il loro sogno di autoaffermazione i cinque supereroi di cui sopra non ebbero meriti particolari: furono soltanto i più fortunati.
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martedì, 27 ottobre 2009

Kiss me Kate!

Non tornerà. È così assurdo che quasi non posso pensarci. Ma non tornerà, lo so. L’ho capito dal suo tono quando si è voltato e ha sibilato: “Questo è un altro ricatto. E io non ci sto più!”.
    Era la sua ultima parola. Ha preso la porta e non mi è rimasto che gridargli dietro: “E allora vattene!”.
    Spero che abbia sentito.
                                                                         ***
No, non sarà come le altre volte, quando tornava nel giro di un’ora con l’orgoglio bastonato e la voce pentita. Che soddisfazione sentirlo chiedere scusa (anche se lui giurava di non capire cosa avrebbe dovuto rimproverarsi)! I maschi passano la vita a inventare alibi e bugie, ma il guaio è che si autoconvincono e finiscono per crederci anche loro (e siccome le inventano male, fanno un sacco di figure meschine).
    Marco, che tipo! Un bambino viziato. Prima di perdonarlo (e l’ho perdonato troppe volte) mi toccava costringerlo ad affrontare la realtà, e farlo ragionare, e fargli capire quanto era puerile a non ammettere di avere torto.     
    Quasi come Salvatore, quel presuntuoso del mio ex marito, che non si dava neanche la pena di argomentare le sue pretese (o i suoi rifiuti). Io perdevo la voce a dimostrargli dove e perché sbagliava. Lui per un po’ faceva finta di non sentire, poi urlava: “Caterina, non rompermi i coglioni!”.                      
    Per forza l’ho lasciato. Per forza gli ho fatto causa. I maschi più stupidi (che sono poi tutti quanti) vanno trattati come i cuccioli: se fanno pipì in casa bisogna picchiarli sul muso con un giornale arrotolato.            
    E Mariano, anche lui! Un mammone con le fette di salame sugli occhi, capace di negare l’evidenza. Pretendeva di farmi credere che sua madre cucinasse solo verdure dell’orto appena colte dalle sue mani sante, quando l’avevo vista io aprire il congelatore e tirar fuori i piselli Findus. Be’, non voleva crederci! Secondo lui, ero io che prendevo la luna per il sole. E a dargli man forte ci si metteva anche quel suo amico che, vai a sapere perché, lo chiamava Petruccio. E giù a ridere. Sai che spiritosi.
                                                                        ***
La verità è che sono bambinoni, convinti di avere ragione per diritto cromosomico. Ma sono anche perfidi, come Marco quando è venuto qui, a casa mia, la prima volta. Conosceva benissimo le mie idee (e sapeva di essere in difetto perché, poche storie, chi non è con me è contro di me, ed è inutile girare la frittata). Insomma, è entrato, ha guardato di qua e di là, poi è andato allo scaffale. Ha visto le opere di Lenin, ha letto i titoli sulle coste e si è voltato con un sorriso da schiaffi, come se avesse indovinato che non sono mai riuscita a leggerne una fino in fondo. 
    “Manca la più significativa” ha detto.
    Io, cretina:
    “Come? Quale?” 
    E lui, trionfante:
    “Estremismo, malattia infantile del comunismo.”  
    Ha dovuto chiedermi scusa tre volte, formalmente, come era più che giusto. Ma sulle prime tentava ancora di giustificarsi, cercava di farmi credere che la sua fosse soltanto una bonaria canzonatura. E di che? Del mio estremismo! Figuriamoci, estremista io?
    Ma lui niente. Un po’ cercava di sorridere, un po’ faceva il risentito.
    “Ma come sei suscettibile!”
    Suscettibile io?
                                                                         ***
Abbiamo convissuto solo due mesi, Marco e io. Con Mariano era durato di più: quasi un anno. Con mio marito tre anni.
    Sarà perché gli uomini li ho conosciuti a poco a poco. All’inizio non credevo che fossero così meschini. Li vedevo alti come torri. Li immaginavo fatti di luce e di forza. Pensavo che, se ogni tanto diventano cattivi, è perché sono stupidi (questo l’avevo capito subito). Insomma, di lontano mi sembravano l’immagine della sicurezza. Da vicino li ho visti come sono: scimmioni prepotenti e senza cervello.
    Adesso non ricordo nemmeno come è cominciata l’ultima lite con Marco. So che erano due settimane che gli tenevo il muso e rifiutavo di fare l’amore. Ma il motivo non importa. Era una questione di principio: dovevo fargli capire che non mi lascio mettere i piedi in testa.
    E lui, con una faccia di bronzo che mi fa ancora rabbia a pensarci, si è permesso di dirmi che mentivo sapendo di mentire. Secondo lui, ero io che cercavo di infilarlo in una camicia di forza. Ha detto che sono possessiva.
    Possessiva io?
    E ha anche alzato la voce. Maleducato.
                                                                          ***
Io ero a letto. Lui era già vestito e aveva la faccia pallida come quando soffre per l’ulcera e sembrava che ogni parola gli costasse un litro di sangue. Commediante.
    Gli ho spiegato chiaramente che, se non chiedeva scusa, nel mio letto non ci sarebbe entrato mai più. Cortese ma secca. Lui ha sputato quella idiozia del ricatto e ha preso la porta. Come se avessi bisogno di ricattarlo, io!
    E adesso chissà dov’è, a leccare le ferite del suo orgoglio. Farà la vittima anche con se stesso. Dirà che sono io l’irragionevole. E non tornerà.
    Come mio marito, che sei anni fa si è risposato. Con la segretaria. Hanno due figli e probabilmente è solo per loro che lei continua a sopportarlo.
    Come Mariano, che è andato a vivere a Roma, si è sposato, ha fatto un figlio con un’altra e ha piantato la moglie. Adesso convive con quella gattamorta che l’ha messo in riga e lo fa marciare come un soldatino.
    No, Marco non tornerà. Ci penso continuamente. Ma ho ragione io, lo so.
    Ecco, adesso ricordo perché abbiamo litigato. Toccava a lui lavare i piatti e faceva apposta ad asciugarli senza risciacquare. Gliel’ho fatto notare, educatamente, ma con fermezza, e lui, come al solito, ha cercato di farmi passare per scema. Ma non gliel’ho data vinta, eh no.
    Quando ha capito che non l’avrebbe spuntata è sbottato a dire che lo tormentavo di proposito, che l’avevo scelto come capro espiatorio dei miei fallimenti. È stato semplicemente disgustoso. Si è messo a gridare: “Cosa vuoi da me, che ti ami o che ti dia ragione?”.
    Aveva le lacrime agli occhi. Per la rabbia, credo.
    Naturalmente non meritava una risposta e non l’ha avuta. Sono andata a letto e ho chiuso la porta a chiave.
    Ha dormito sul divano.
    Ha aspettato la mattina, quando mi ha visto andare e venire dal bagno. Sa che mi piace lavare i denti e poi tornare a letto per fumare una sigaretta. Si è affacciato sulla porta con l’espressione falsa di chi propone “non parliamone più” e intanto pensa “te la farò pagare”.
    Sì, hai trovato quella giusta!
    Ma a cosa serve rivangare? Non imparerà mai. Magari è convinto di essere stato lui a lasciarmi. Presuntuoso e cretino. Sono io che l’ho scacciato!
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venerdì, 23 ottobre 2009

Sesso e potere

Come sanno i ventitre lettori di questo blog, qui non si fa politica. E infatti questo è un post di costume. È vero che di costume politico si tratta, ma non è colpa mia se il sesso dei politici fa sempre più notizia e la funzione del giornalismo è decaduta dall’ermeneutica al gossip.
    Ho cominciato a scrivere questo post a fine agosto, ma poi gli avvenimenti si sono susseguiti secondo la logica della guerra per bande e ho dovuto prendere atto che per dire cose sensate su un’attualità in divenire bisognerebbe avere la sfera di cristallo.
    Può darsi che i prossimi rivolgimenti smentiscano le mie opinioni. Oppure no. Può darsi un po’ di tutto. Ma, comunque sia, non mi sembra il caso di buttare nel cestino un discorso concludente. Eccolo qua.
 
    Giovedì 20 agosto
    Da quando il nostro beneamato presidente del consiglio, con l’irresponsabilità della quale mena vanto, si è tirato in casa delle prostitute che, oltre a fornirgli piacevolezze, ne hanno registrato e reso pubbliche le confidenze, mi vien da ridere a pensare che strizza devono avere in corpo tutti i padreterni senza distinzione di età, sesso e colore politico. Quanti sfizi si saranno tolti negli ultimi tempi? Quante/i occasionali compagne/i avranno destramente manovrato registratori e telefonini di ultima generazione? A occhio e croce, io direi che tutti i vip dormono male la notte.
    E per amor del cielo non lasciamoci fregare dal patriottismo di parte. Ahimé, la carne è debole dappertutto e saremmo ingenui se pensassimo che i nostri beniamini siano casti e puri. Può essere una verità difficile da digerire, ma è comunque una verità: non basta essere femmina, anziano o appartenente a una fede politica bacchettona per essere al riparo dalle tentazioni.
    Ripeto: i fatti di questi giorni mi hanno fatto sorridere. Ricordo una nota giornalista Rai, parente stretta di un austero segretario di partito, della quale si venne a sapere con quanto gusto si era fatta il “merolone”. Ricordo un presidente del consiglio bollato come “cinghialone” per aver usato o abusato dei sollazzi di una supergnocca televisiva. Ricordo un portavoce di governo paparazzato mentre andava a travestiti. Ricordo un (allora) magistrato che si rilassava nella garçonnière di un bancarottiere. Ricordo un deputato di un partito cattolico che si portava in albergo due compiacenti gentildonne e una discreta dose di cocaina. Eccetera, eccetera, eccetera. Cosa anche peggiore (dal mio punto di vista), a Montecitorio e dintorni non c’è soltanto chi se la spassa ma addirittura chi per combattere le tentazioni (?) ricorre al cilicio (brrr!).
    Nel ripassare a memoria questo giocondo panorama, mi corre l’obbligo di confessare che quando Bill Clinton fu investito dallo scandalo Lewinsky la mia reazione istintiva fu un chissenefrega grosso così. OK, l’uomo più potente della terra aveva approfittato della sua posizione e, messo alle strette, si era difeso in un modo maldestro e arrogante. Ma la signorina Lewinsky era maggiorenne e vaccinata, e quando si inginocchiava sotto la scrivania di mr. President sapeva quel che faceva. Quanto a Hillary, poi, la Rodham&Clinton SpA è al di là di certe piccolezze. Il gatto e la volpe sono troppo affamati di potere per farsi condizionare da un flirt.
    Del resto, cosa vogliamo? Che gli uomini (e le donne) di potere siano candidi gigli virginali? Mah. Che cosa dovremmo dire di quel cardinale arcivescovo di Parigi del quale ricordo il nome, ma lo taccio, che morì di infarto nell’alcova di una prostituta d’alto bordo? E che dire di quel presidente del consiglio della Terza Repubblica francese al quale, ai tempi della belle époque, capitò lo stesso infortunio? E che dire di John Kennedy (per non parlare dei suoi fratelli e nipoti), il quale – vivaddio – non si perdeva dietro alle stagiste o alle escort, ma si acchiappava nientemeno che Marilyn Monroe?
    Già, che dire? La battuta è fin troppo facile.     
 
sabato 29 agosto
Mannaggia! Non faccio a tempo a scrivere una cosa che subito la realtà mi raggiunge e mi sorpassa. Ma chi sono, Nostradamus? Ho appena scritto che migliaia di padreterni devono sentirsi traballare il seggiolone sotto il sedere, ed ecco qua: Vittorio Feltri viene a sapere che il direttore del quotidiano dei preti da una parte canta nel coro dell’indignazione contro “papi”, dall’altra insidia i giovinotti e si fa condannare con sentenza passata in giudicato. E naturalmente lo sbatte in prima pagina.
    Non basta: l’inquisitore di destra scopre pure che il direttore di Repubblica, non del tutto candido, ha comperato un appartamento principesco dichiarando al fisco molto meno dell’importo pagato. E sbatte in prima pagina anche lui.
    Reazioni e controreazioni: killeraggio, attacco disgustoso, indignazione. Dimissioni. Gli strombazzatori di miserie umane, imperterriti, proclamano di non essere affatto pentiti. Mala tempora currunt. Politicanti, intrallazzatori e pennaioli, tremate tremate: Robespierre e Savonarola sono tornati.
    Ma i Torquemada di destra e di sinistra sono imprevidenti o soltanto arroganti? Ci vuole tanto a immaginare che qualche altarino devono avercelo pure loro, e prima o poi quel che è fatto è reso?
    Anche qui non serve Nostradamus per immaginare come finirà questa buriana: nella noia. Dopodiché fra le macerie di una guerra inutile continueranno ad aggirarsi politicanti, faccendieri, giudici, giornalisti, ecc. ecc. con tutti i vizi delle umane genti, esattamente come prima. Avranno almeno imparato che non serve a niente sbattere in prima pagina chi scopa, con chi scopa, e a che prezzo? Non ci spero troppo. La politica è gioco al massacro, sadomasochismo allo stato puro. Meglio starne alla larga.
 
venerdì 23 ottobre
A quanto pare, il governatore di vattelapesca s’arrazza privatamente, quattro caramba lo spiano e lo ricattano, il ROS spia gli spioni e li incastra. Intanto, il comandante in seconda delle truppe mastellate va sotto inchiesta per la sua chilometrica lista di raccomandazioni. A chi si domanda quanto ci vorrà perché tutte queste storie smettano di finire in prima pagina rispondo: un tempo eterno, infinito.
    Proprio così. Se non interviene alla svelta un generalizzato moto di nausea per queste miserie, il futuro che ci aspetta è questo: d’ora in avanti gli uomini (e le donne) di responsabilità dovranno essere sessualmente astinenti (o segaioli?), non faranno raccomandazioni (figuriamoci!), non ruberanno neanche per il partito (e io ci credo, credeteci tutti!).
    A chi si meraviglia che solo in Italia succedano queste cose rispondo insieme a Cossiga: non è vero, succedono dappertutto; solo che all’estero ne diventa pubblica una su cinque, in Italia tutte, e in più qualcuna che non è vera.
    Sarà sempre così, almeno fino a quando i Savonarola nazionali non avranno imparato a distinguere l’ipocrisia dall’opportunità.
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martedì, 20 ottobre 2009

Coerenza e selvaggina

La cultura si è allargata e livellata verso il basso? Senz’altro. Ma, a quanto pare, il livellamento ha prodotto anche una discreta confusione mentale.
    Mi limito a un esempio: quarant’anni fa la caccia era ancora considerata “lo sport dei re”, oggi è di moda l’animalismo e tutti seguono la moda. Però ci si guarda bene dall’applicarla con coerenza.
    Da più di quarant’anni sono un cultore di tauromachia. Sapendo che la moda è quella che è, di solito evito di parlarne; ma a cena da amici può capitare che qualcuno mi trascini sull’argomento. In questi casi, puntuale come una cambiale scaduta, salta su una gentile signora che mi guarda con orrore e mi rimprovera.
    “Ma non riesco a crederci! Se l’avessi saputo non sarei venuta qui, stasera! Per me, chi fa del male agli animali dovrebbe essere condannato a morte!”
    Il mio primo impulso è di dichiarare che non mi perdonerei mai se la signora dovesse rimpiangere di essere venuta, e andarmene. Ma la curiosità ha il sopravvento e, prima di salutare i padroni di casa, mi informo:
    “Scusa, ho capito bene? Vuoi dire che tu saresti capace di uccidere un essere umano, ma non un animale?”
    “Ma no... ma che discorso è? Non far finta di non capire...”
    “No, non ho capito davvero. Spiegami. Tu sei vegetariana, anzi vegana? Non mi pare: vedo che porti scarpe di cuoio.”
    “Ma cosa c’entra? Io non ho mai fatto male a nessun animale!”
    “Come no? Abbiamo appena mangiato prosciutto. Qualcuno deve pur avere ucciso e macellato il maiale. O no?”
    A questo punto, di solito, qualche anima generosa interviene a dirottare il discorso su altri temi. Ma la gentildonna ha oscuramente percepito di non essersi coperta di gloria e di lì a poco cerca la rivincita.
    “Scommetto che tu sei anche cacciatore, eh?”
    “A dir la verità, no. A caccia ci sono andato una sola volta nella mia vita e mi è sembrata una faccenda piuttosto noiosa. Però la selvaggina la mangio volentieri.”
    “Ah, beh, cosa vuol dire? La selvaggina piace anche a me!”
    “Cioè l’importante è che a uccidere la lepre sia qualcun altro, vero? Tanto poi lo condanniamo a morte.”
    Il seguito è una normale variazione sul tema: “Come rovinare una bella serata in casa di amici”.
                                                            ***
Quando penso a questo genere di discorsi, che ascolto sempre più spesso e sui più svariati argomenti, sono letteralmente spaventato dall’incoerenza (starei per dire la schizofrenia) con cui certe tesi vengono avanzate e sostenute.
    Com’è possibile che un essere umano sui quarant’anni non conosca il significato delle parole che usa? Eppure ha frequentato la scuola dell’obbligo e magari nel suo lavoro ha fatto una discreta carriera. Com’è possibile che non distingua l’enunciazione di un principio dalla sua applicazione pratica?
    Far soffrire gli animali per il gusto di infliggere sofferenze non piace a nessuno (tranne ai bambini che strappano le ali alle mosche e le code alle lucertole) ma chi vuol mangiare un pollo, un pesce, o una fetta di salame, non può fingere di ignorare che il suo desiderio è causa di morte per un animale.
    Personalmente ho raggiunto un’età in cui gran parte della mia dieta è fatta di frutta e verdura, ma apprezzo ancora il pesce e la carne bianca, e una volta ogni tanto mi concedo una costata fiorentina. Sono cosciente del fatto che ogni volta che in trattoria ordino un piatto di carne un essere vivente muore, ma non sono responsabile di essere onnivoro più di quanto il leone sia responsabile di essere carnivoro. Del resto, sono esseri viventi anche i vegetali di un’insalata e dubito molto che sia possibile ricavare un’alimentazione umana completa da materiale inorganico. La vita si nutre della vita e gli animali, verso i quali siamo tanto compassionevoli, non si fanno il minimo scrupolo a sbranarsi fra loro. Può essere spiacevole, ma è così.
    Invece le brave persone seguono le mode sicure di essere nel giusto; anzi, nel giustissimo; anzi, nell’unica convinzione moralmente ammissibile. E non si accorgono di avvolgersi nelle contraddizioni. La sicurezza di essere nell’assolutamente giusto li trascina nell’assolutamente cretino, ma non se ne accorgono. Non sono stupidi, non sono in malafede: semplicemente non se ne accorgono. Inseguono un ideale e non vedono che è un’utopia, una bella utopia che può indicare una direzione, ma che non è e non può diventare uno dei dieci comandamenti.
    Quando si parla di progresso civile, non bisognerebbe mai dimenticare che a opporsi al progresso non sono soltanto i conservatori e i reazionari (che, se non altro, combattono a viso aperto): sono soprattutto le incoerenze di chi dice di volere il meglio ma non sa metterlo in pratica.
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giovedì, 15 ottobre 2009

Trial&Error

Imbarbarimento della vita politica? Certamente. Inversione dei parametri etici? Può darsi. Ma non si tratta di una improvvisa accelerazione. Al contrario, è qualcosa che viene da lontano. E non lasciamoci suggestionare da teorie fantasiose come la “mutazione antropologica”: gli uomini sono sempre quelli, non sono mutati neanche un po’.
    Ma allora cos’è successo? Niente di speciale: il mondo sta sperimentando un cambiamento simile a quello che spinse Platone a parlar male dell’invenzione della scrittura. Nel quinto secolo a.C. si temeva che la scrittura deteriorasse il livello culturale delle élites, il cambiamento di oggi rischia di farci regredire tutti quanti nella trivialità. Ma non è una mutazione antropologica (ammesso e non concesso che questa espressione significhi qualcosa). Si tratta invece di un comunissimo fenomeno commerciale: l’allargamento del mercato deprime la qualità del prodotto.
    E qual è il cambiamento simile all’invenzione della scrittura? In che consiste la rivoluzione silenziosa che stiamo vivendo?
                                                             ***
Fino a una trentina d’anni fa siamo vissuti in un’epoca aristocratica. Senza calcolatrici tascabili, computer, internet, cellulari multifunzione, l’apprendimento esigeva l’uso della memoria e della logica. La scuola si basava sul principio che era meglio ripetere un anno (per capire ciò che non entrava in testa) piuttosto che essere promossi restando ignoranti.
    Da quando la tecnologia mette a disposizione sempre maggiori supporti per la memoria e un sempre maggior numero di risposte bell’e pronte, ciò che un tempo era considerato “cultura” è stato degradato a “nozionismo”. Siamo entrati nell’era del “trial & error”, basata sul principio che tutte le risposte possibili stanno nel computer: per trovare quella giusta, provale tutte e vedrai che prima o poi ci prendi. Dunque, a che serve esercitare la memoria? Che bisogno c’è di ragionare?
                                                           ***
Il modo più semplice per accorgersi del cambiamento è osservare come si sono evoluti i quiz in televisione. I quiz di quarant’anni fa premiavano chi sapeva dire in quale opera Verdi usò per la prima volta il controfagotto. Domanda secca, niente soluzioni preconfezionate tra cui scegliere, niente “aiuti”, al primo sbaglio si va a casa.
    Osservate un qualunque telequiz contemporaneo e fate il paragone. Il livello culturale e la capacità di ragionare contano sì e no per il 20%. Il resto è fortuna, aiutini, domanda di riserva, ecc. ecc. Supponendo che i format siano tarati sul livello culturale medio, vengono i brividi a pensare di metter piede in un ufficio pubblico, in un ospedale, in un tribunale: chiedendo un certificato, una radiografia, l’estratto di una sentenza, rischiamo di sentirci rispondere “Provi questo. Se non va bene glielo cambio”.
    Cinquant’anni fa chi usciva dagli esami di quinta elementare sapeva almeno le tabelline e l’analisi logica, oltre alle deprecate poesie a memoria. Il mese scorso, parlando con una professoressa di scuola media, mi sono sentito fare un quadro lacrimevole del livello degli allievi che si vede arrivare ogni anno dalle elementari. (Ma le scuole elementari italiane non erano “di eccellenza” a livello europeo? Figuriamoci le altre.)
    Spesso, leggendo una mail o un commento su un blog, capita di imbattersi in fior di strafalcioni. Vabbe’, scrivendo in fretta e furia può capitare. Ma fino a trent’anni fa non succedeva di leggere su quotidiani a diffusione nazionale “non c’è la” al posto di “non ce l’ha”. Così come non era mai successo che al concorso per l’ammissione in magistratura restasse vacante più della metà dei posti perché su un migliaio di candidati (tutti dottori in giurisprudenza) più di novecento “non sapevano scrivere in italiano” (sic!). 
    Con l’arrivo della televisione, degli altri supporti tecnologici e dei nuovi criteri scolastici, la platea dei fruitori di cultura si è allargata e livellata. Inevitabilmente, verso il basso.
                                                              ***
Come reazione, le nostalgie impazzano. Non è vero che gli “sceneggiati” televisivi degli anni 50 e 60 fossero tutti dei capolavori ma, certo, paragonati alle fiction contemporanee, sembrano la Divina Commedia. E si capisce: la maggior parte delle sceneggiature odierne sono scritte per un pubblico appiattito sulla fascia più bassa, quella che una volta leggeva i fotoromanzi. Solo raramente un bravo attore riesce a far dimenticare la miseria dei plot, il simil-dialetto, le caratterizzazioni alla Ciccio e Franco, ecc. ecc. 
    Ma a che serve rimpiangere i bei tempi andati? La realtà ha una sua dinamica (per lo più degenerativa) che va riconosciuta per inserircisi, senza illudersi di bloccarla o deviarla. Chi frequenta i lit-blog conosce a memoria gli aristocratici lamenti degli intellettuali offesi dalla volgarità imperante, che quasi rimpiangono la tv didascalica di Bernabei. Sussulti di dinosauri in agonia. Piaccia o no, la realtà è cambiata e siamo noi che dobbiamo adeguarci.
    La realtà in cui siamo irrimediabilmente immersi non lascia spazio alle aristocrazie culturali che abbiamo conosciuto finora. Riposino in pace. L’era del trial&error ne conoscerà altre, che nasceranno a prezzo di chissà quali travagli. Saranno aristocrazie d’altro genere: spregiudicate o farisee (secondo i punti di vista), colte o ignoranti (anche questa è questione di opinioni!), riservate o gaudenti.
    Ohibò! Ma allora cosa dobbiamo pensare? Il futuro è delle veline e dei tronisti? Davvero i parametri etici si sono capovolti?
    Non chiedetelo a me. L’unica cosa che so per certo è che, qualunque sia la strada che la realtà imbocca, nessuno può illudersi di fermarla. A volte capita perfino che il ricambio di un’aristocrazia porti una ventata di rinnovamento e di intraprendenza. Ma non è una legge inderogabile e, purtroppo, queste cose si possono giudicare soltanto a posteriori.      
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lunedì, 12 ottobre 2009

L'effetto Diana colpisce ancora

L’Italia si esalta o si deprime per una sentenza o per un battibecco televisivo, e il qui presente cinico confesso scuote la testa: in questo benedetto Paese non usciremo mai di minorità?
    Poi però succedono nel mondo cose tali da lasciarmi di stucco: evidentemente sono io che non capisco un tubo. Prendiamo il premio Nobel a Barak Obama, per esempio. Il Nobel, di tutte le specie, è stato negato a tanti che l’avrebbero ampiamente meritato ed è stato concesso a tanti che lo meritavano pochino. Ma di solito anche i premiati immeritevoli avevano per lo meno fatto qualcosa.
    Io spero, tutti speriamo, che in futuro Obama faccia molto per la pace, ma oggi come oggi non ha ancora cominciato a muovere i primi passi. Come si suol dire, per i miracoli si sta attrezzando.
    Qualcuno dirà: non importa, Obama è il simbolo del riscatto dei neri. Vero, ma che c’entra il Nobel per la pace? Si premia chi conduce una battaglia (per esempio Martin Luther King, Desmond Tutu o Nelson Mandela), non chi beneficia della vittoria. Altrimenti è come dare una medaglia non all’eroico bagnino ma al bagnante che affogava.
    E poi, scusate: Obama resterà in carica per altri tre anni e magari verrà rieletto. Potrebbe far la pace con Al Qaeda e con Ahmadinejad oppure, Dio non voglia, potrebbe infilare un fiasco dietro l’altro. Che bisogno c’era di assegnargli il premio in anticipo? Non sarebbe stato meglio aspettare un anno o due? Se proprio non c’erano altri candidati meritevoli, non si poteva dire chiaro e tondo: “Secondo noi quest’anno il premio non l’ha meritato nessuno”? I premi seri fanno così.                       
    Macché. Le cose non funzionano più come una volta e il qui presente cinico farà bene ad applicare a se stesso uno dei suoi principi ispiratori: la realtà va dove le pare e sei tu che ti ci devi adeguare. Non c’è niente di più idiota dell’indignazione quando ci si trova di fronte a un processo irreversibile.
    E credo che questo sia il caso. Il mondo ha cambiato il suo modo di porsi nei confronti della realtà. Bisogna capirlo e adeguarsi.
    Conto di parlarne diffusamente nel prossimo post.
postato da rferrazzi alle ore 09:47 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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giovedì, 08 ottobre 2009

Cosa resta del futuro?

Partiamo pure dalle conseguenze e citiamo esempi macroscopici: Clinton, Sarkozy, Berlusconi. Dov’è andato a finire il decoro dei capi di stato? Che fine hanno fatto gli statisti che incarnavano la cultura “alta” del loro popolo, i MacMillan, gli Adenauer, i de Gaulle? Non ci sono più.
    In tutto il mondo la volgarità avanza incontrastata. Gli uomini politici non sanno più cosa sia il bon ton. La polemica è diventata rissa. Le ideologie si sono sfarinate; destra e sinistra si sono ridotte a comitati d’affari tesi a conquistare e mantenere il potere a tutti i costi per poi spartirlo senza avere uno straccio di programma politico. E allora per attaccare il nemico diventa lecito anche frugare nel suo privato.  
    Per essere sinceri, lo si è sempre fatto; ma la novità dei giorni nostri è che chi si trova sotto attacco reagisce con le stesse armi.
    Non sta a me dire se è giusto o sbagliato. Non mi interessa stabilire se ha cominciato Tizio o Caio. Personalmente, credo che la cosa sia iniziata molto tempo fa, sia emersa con i funerali della principessa Diana e sia diventata pane quotidiano con il trattamento riservato dalla stampa alle performances orali di miss Lewinsky. Non mi soffermo sulla scansione temporale o sul singolo avvenimento. Voglio soltanto sottolineare che la realtà in cui ci troviamo è questa.
    Qualcuno avrà pure dato inizio alla slavina, ma anche se fossimo tutti d’accordo nel dire che ha cominciato X (e tutti d’accordo non saremo mai), lo smottamento ormai c’è stato ed è irreparabile. Ci piaccia o no, dobbiamo abituarci a vivere secondo regole nuove.
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lunedì, 05 ottobre 2009

Meditazioni sotto l’ombrellone. Gli intellettuali.

Non ho letto i libri di Scarpa e di Scurati. Avevo intenzione di leggerli se non altro per documentarmi, ma il dopo-premio Strega con lo strascico delle polemiche mi ha fatto passare la voglia.
    Ammetto che di Scurati non ho mai letto niente, anche perché le recensioni non mi hanno convinto a spenderci tempo e soldi. Sarà stata colpa dei recensori? Non credo. È più probabile che sia stata colpa degli argomenti scelti da Scurati. Lui li avrà pure trattati come meglio non si poteva, ma io non sono disposto a leggere qualunque cosa e i soggetti che hanno ispirato lui non interessavano a me, quando addirittura non mi respingevano. Tant’è vero che non ricordo neanche quali fossero.
    Di Scarpa ho letto “Occhi sulla graticola”, “Amore marchio registrato” e “Kamikaze d’occidente”. Poi basta. L’ho conosciuto anche di persona, Tiziano, e posso dire che è un vero signore, tanto formalmente gentile quanto fermo nelle idee in cui crede. Questo però non mi impedisce di coltivare un’idea di letteratura diversa dalla sua. 
    L’uscita di Scurati che, a giochi ancora da iniziare, si autoproclamava vincitore dello Strega mi era sembrata una mossa per far propaganda non tanto al suo libro quanto al premio e a tutti i libri della cinquina. Ma non mi era piaciuta. Intendiamoci: non sono una “anima bella” e so bene che la fortuna e il merito hanno bisogno anche di qualche spinta; però credo che le spinte e perfino le gomitate si possano dare con un minimo di buon gusto.
    D’altra parte il meccanismo del premio letterario comporta di necessità una certa sovraesposizione del vincitore: perché mai Scarpa avrebbe dovuto rifiutare di essere intervistato da una rivista e di scrivere un articolo per un grande quotidiano? Forse avrebbe potuto fare a meno di ergersi a giudice delle patrie lettere, di rivendicare alla letteratura una generica funzione politica, di lamentare la presunta esclusione di Tizio, Caio e Sempronio dal giro della grande editoria. Ma la posizione di Scarpa è nota, è quella da anni, e non si può pretendere che, per il fatto di aver vinto lo Strega, uno rinunci a ribadire ciò che ha sempre detto.
    Stando così le cose, può darsi che Scurati leggendo l’intervista di Scarpa si sia sentito provocato, oppure può darsi che abbia colto l’occasione per tenere alto ancora per qualche giorno il termometro della polemica (che porta visibilità e vendite). Fatto sta che ha replicato accusando Scarpa di “chiagnere e fottere”, una frecciata ingenerosa, se volete, che però colpisce un nervo sensibile. Personalmente sono convinto che Scarpa non abbia mai neppure pensato a una strategia simile e immagino che, sentendosela rinfacciare, sarà montato su tutte le furie. Ma è un fatto che, se si vuol dire qualcosa (qualunque cosa) contro il sistema, bisogna pur farsi sentire; e l’unico modo è usare i canali mediatici del sistema stesso. È inevitabile, ma è una contraddizione che incrina la credibilità: come? critichi il sistema e contemporaneamente lo utilizzi? dov’è la coerenza?
    Già. Ma allora che si può fare? Come evitare lo scoglio?
    Non lo so. Da cinico confesso e professo quale mi onoro di essere, sono portato a diffidare delle indignazioni e, da cultore della filosofia hegeliana, considero la contraddizione come il motore dell’evoluzione verso lo Spirito Assoluto. Se una strategia (compreso il chiagni e fotti) ha successo, deve avere una motivazione “storica” alle sue spalle. Altrimenti basterebbe chiagnere per fottere sempre. Magari!
    Semmai ho una curiosità: possibile che le contestazioni del sistema debbano sempre avere il tono della lamentazione moralistica? Certo, fare la morale agli altri è comodo e va diritto al cuore del pubblico. Però, per sostituire A con B, non basta strillare: “Vergogna! Il sistema mette la museruola a B!”. Bisognerebbe almeno spiegare perché B sarebbe meglio di A.
    La controindicazione è che, se non ci riesci, fai la figura del piffero di montagna.
    Ma additare un nemico è cento volte più facile che proporre in positivo. Non c’è neanche bisogno di portare delle prove. Una volta colpito il bersaglio, se l’avversario stramazza si suppone che tu sia il migliore, per il semplice fatto che sei rimasto in piedi. E anche se non cade puoi sempre atteggiarti a Davide contro Golia.
    Quindi, tanto vale colpire: non ci si perde niente.
postato da rferrazzi alle ore 09:13 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
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